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Referendum trivelle, la Consulta boccia i ricorsi delle Regioni

Referendum trivelle, la Consulta boccia i ricorsi delle Regioni
Referendum trivelle, la Consulta boccia i ricorsi delle Regioni

Referendum trivelle, la Corte costituzionale ha dichiarato ieri l’inammissibilità dei conflitti di attribuzione delle Regioni che puntavano a ripristinare due dei sei quesiti esclusi. Nel caso di parere positivo, si sarebbe riaperta anche la possibilità di accorpare la data del referendum con il primo turno delle elezioni amministrative, che avrebbe consentito di risparmiare circa 370 milioni di euro di soldi pubblici. A darne notizia è il coordinamento No triv.

Secondo la Consulta i ricorsi sono inammissibili in quanto non sostenuti da una previa delibera di almeno cinque dei Consigli regionali che avevano promosso il referendum. I ricorsi relativi alle richieste di referendum sulla «pianificazione delle attività estrattive degli idrocarburi» e sulla «prorogabilità dei titoli abilitativi a tali attività», spiega il coordinamento, sono stati bocciati per mere cause procedurali. Le sei Regioni promotrici del comitato ufficiale per il SI – Basilicata, Puglia, Liguria, Marche, Sardegna, Veneto avevano proposto il conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato su entrambi i punti: il primo nei confronti della Cassazione; il secondo, quello sul piano aree, anche nei confronti di Camera, Senato e Governo.

“La decisione solleva perplessità, in quanto, mentre a gennaio la Corte ha ammesso la costituzione in giudizio del delegato regionale abruzzese per conto del Consiglio e contro le altre nove regioni senza che alle spalle vi fosse una previa delibera del Consiglio regionale, oggi ritiene che i delegati regionali – che pure costituiscono nell’insieme il comitato promotore del referendum – non possano agire senza che vi sia un previo atto di autorizzazione delle rispettive assemblee regionali”, commenta Enzo di Salvatore, del Comitato nazionale Notriv, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari.
D’altra parte, sottolineano i NoTriv, a nessuno verrebbe in mente di sostenere che, nel caso del referendum promosso da 500.000 elettori, il Comitato referendario debba sollevare conflitto, previa “delibera” di mezzo milione di persone almeno.
“In questo caso, la Corte costituzionale ha sempre ritenuto che fosse sufficiente che almeno tre dei membri del Comitato potessero agire in giudizio. In ogni caso, la decisione di oggi non entra nel merito delle questioni poste dai delegati regionali e gli italiani non sapranno mai se vi sia stata effettivamente elusione dei quesiti referendari concernenti il piano delle aree e la durata dei titoli in terraferma e oltre le dodici miglia marine”, conclude di Salvatore.
Ad oggi, rimane inalterata la data del referendum, prevista per il 17 aprile. Ricordiamo che con il referendum i cittadini vengono chiamati ad esprimersi sul seguente quesito: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Il quesito riguarda solo la durata delle trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa, e non riguarda le attività petrolifere sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri). La vittoria del sì comporterebbe l’abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del codice dell’ambiente.

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