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Cetriolo di mare da salvare

Cetriolo di mare da salvare
Cetriolo di mare da salvare

Oloturia o cetriolo di mare, con alcune specie è presente anche nei nostri mari. E’ il caso dell’Holothuria tubulosa, appartenente al phylum degli Echinodermi e presente in tutto il mar mediterraneo. Una prelibatezza sempre più richiesta, tanto che, denuncia Elvira Tarsitano, biologa ambientalista e presidente dell’Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi, “stiamo assistendo negli ultimi anni ad un prelievo indiscriminato ed un traffico illegale di cetrioli di mare lungo le coste italiane con un giro d’affari consistente che sembra aumentare sempre più.”

Risale solo a qualche giorno fa, racconta Tarsitano, l’ultimo episodio di cronaca lungo il litorale dell’Area Marina Protetta di Porto Cesareo a Lecce. La presenza di troppi sub la mattina presto, ha insospettito i carabinieri della stazione locale, che a seguito dei controlli effettuati, ha sequestrato oltre di 150 kg di cetrioli di mare, a fronte dei cinque chili di oloturie consentite per ciascun pescatore subacqueo nell’ambito della sua attività giornaliera di pesca. Sempre in Puglia a Brindisi lo scorso anno la Capitaneria di Porto ha effettuato un sequestro di sei tonnellate di oloturie dirette in Grecia, dove sono trasformate e poi esportate in particolare verso la Cina. A Gallipoli, gli agenti del Nucleo Ispettivo Pesca della Direzione Marittima di Bari, nell’ambito dell’operazione denominata “Tallone d’Achille” hanno sequestrato circa 12 tonnellate di cetrioli di mare illecitamente detenuti da un’azienda creata ad hoc per la vendita delle oloturie all’estero, con un valore calcolabile sul mercato asiatico di circa 7,2 milioni di dollari. In Campania, a Pozzuoli a novembre scorso, una motovedetta dell’Ufficio circondariale marittimo, durante delle attività di controllo ha sequestrato oltre 120 kg di oloturie vive contenute in grossi vasconi e pronte per il mercato clandestino. In Sardegna, ad Alghero, una vedetta del Corpo forestale dello stato ha sequestrato a due sub circa 20 kg di cetrioli di mare, pescati illegalmente all’interno dell’area marina protetta. Un fenomeno dai risvolti preoccupanti, con un trend di crescita esponenziale, dovuto principalmente al fatto che sul mercato italiano un chilo di oloturie può arrivare sino a 600 euro.

Da evidenziare che oltre la commercializzazione sui mercati esteri, è in aumento anche la crescita di un mercato tra le comunità orientali presenti in Europa, compresa quella italiana, che si stima solo per quella cinese residente in Italia a circa 250.000 unità. Inoltre, da non sottovalutare anche le crescenti abitudini alimentari degli italiani ed il proliferare di ristoranti orientali, giapponesi, thai etc., che costituiscono dei potenziali bacini per la commercializzazione delle oloturie.
Questo trend di prelievo indiscriminato in rapida crescita anche nei nostri mari dei cetrioli di mare, potrebbe costituire, sottolinea Tarsitano, un serio danno per gli ecosistemi marini e un rischio non troppo remoto per la sopravvivenza degli stock naturali presenti nel Mediterraneo. Attualmente, lo sfruttamento della pesca dei cetrioli di mare è sottoposto a tutela nelle acque delle aree marine protette. Nelle acque non sottoposte a particolare tutela, le norme, come segnalato dal Corpo Forestale permettono un prelievo fino a 5 kg. Dal 2009 l’Oloturia rientra tra le specie protette, pertanto ne è vietato il prelievo: il nuovo Regolamento (CE) N. 407/2009 della Commissione Europea del 14 maggio 2009 che modifica il regolamento (CE) n. 338/97 del Consiglio, relativo alla protezione di specie della flora e della fauna selvatiche, ha inserito nuove specie protette tra le quali la Holothuria volgarmente: “oloturia” o “cetriolo di mare. Nell’allegato D, L 123 pag. 43, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’ Unione europea del 19 maggio 2009, questo regolamento specifica l’aggiunta delle Holothuria nelle specie selezionate dalla CITES alla pari di tutti gli animali in via d’estinzione ed riportato anche nell’ultimo aggiornamento del Regolamento (CE) n. 1320 del 2014.
Questa pressione di pesca incontrollata preoccupa non poco anche molte associazioni ambientaliste per i danni incalcolabili e per i gravi squilibri che potrebbe procurare alla biodiversità marina, considerato il ruolo che giocano questi animali nell’ecosistema marino. A tal punto da temerne il rischio di estinzione, il circolo di Legambiente Manduria (TA) ha richiesto a dicembre scorso, misure urgenti a tutela delle Oloturie, inviando una comunicazione al Ministero dell’Ambiente, all’Assessore Regionale all’Ambiente e alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Taranto. I cetrioli di mare sono fondamentali per la loro funzione ecosistemica, per l’opera di riciclo dei nutrienti e di pulizia dei fondali utili alla sopravvivenza dei coralli e delle praterie di Posidonia oceanica nei nostri mari. Infatti, sono organismi microfagi e detritivori, che si nutrono di materia organica morta e scartata; rivestono perciò la funzione di “spazzini del mare”, una sorta di “aspirapolvere” che contribuisce appunto a preservare i delicati equilibri degli ecosistemi marini e la biodiversità marina. Senza i cetrioli di mare, non potrebbe esserci buona parte del riciclo dei nutrienti.
Non solo problematiche di tipo ambientale e danni agli ecosistemi marini, il consumo di oloturie preoccupa anche per questioni legate alla sicurezza alimentare. Essendo appunto un organismo filtratore al pari di molluschi bivalvi, come le cozze, etc. deve essere pescato in zone di mare non inquinate per la sua capacità di concentrare virus, batteri, biotossine algali, metalli pesanti etc. Dal punto di vista sanitario, della sicurezza alimentare e della tracciabilità è importante sapere che le oloturie si deteriorano abbastanza velocemente fuori dall’acqua e necessitano di particolari accorgimenti per preservare le qualità organolettiche e la freschezza delle carni. Le principali problematiche igienico-sanitarie sono legate alle attività non autorizzate, finalizzate alla trasformazione delle oloturie a scopo alimentare. La trasformazione, commercializzazione e somministrazione degli alimenti deve avvenire rispettando le norme igienico-sanitarie a tutela del consumatore. E’ evidente che in questo caso, la pesca e lavorazione abusiva in laboratori spesso clandestini dei cetrioli di mare, che venga fatta anche in violazione delle normative igienico-sanitarie di settore e si accompagna a scarsa igiene nella manipolazione degli alimenti e a scarsa preparazione degli operatori con gravi ripercussioni per la salute dei consumatori. Questa fortissima domanda di cetrioli di mare a scopo commestibile, che pone problemi legati ad un sovra sfruttamento della risorsa con gravi implicazioni sia tipo ambientale che igienico-sanitario, richiede l’adozione di misure adatte a contrastare questo fenomeno e va tenuta in debita considerazione.
L’oloturia, la cui pesca, effettuata a scopo alimentare, nelle acque dell’Estremo Oriente, sia nell’Oceano Indiano che nel Pacifico avviene da secoli, è nota come “trepang”. I cetrioli di mare sono consumati sia freschi che secchi previa reidratazione. Considerati una prelibatezza nella cucina orientale, in quella giapponese sono noti come namako nel sushi; in quella malese in una zuppa nota come trepang. Li ritroviamo anche in alcune nazioni europee come la Spagna conosciuti con il nome di espardeña. Dopo la cottura, l’oloturia assume una consistenza gelatinosa ed un aspetto trasparente e viene usata in zuppe e in condimenti vari. Proprio per le apprezzate e ricercate qualità alimentari, sono pescate in grande quantità per essere essiccate, congelate e successivamente esportate in particolare verso i paesi dell’Estremo Oriente. La richiesta arriva soprattutto dalla Cina, che risulta tra i primi nel mercato mondiale dei cetrioli di mare con oltre 20.000 tonnellate di prodotto essiccato destinato ogni anno al mercato cinese. Secondo i rapporti delle autorità internazionali un chilo di oloturie essiccate costa su questi mercati tra i 10 e i 600 dollari al chilo, mentre alcune specie considerate pregiate raggiungono anche i tremila dollari al chilo.

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